Gli incorruttibili corrotti
Che rimane del delirio del rito del battesimo con l’acqua del “divino” Po?!
Bossi che gridava, indignato e stentoreo, Roma ladrona! Forse, se avesse conosciuto un po’ di latino, di quel suo austero modello romano avrebbe ripetuto la storica reprimenda: Quo usque tantum, Catilina, abutère patientia nostra?
No, non è possibile! Non ci posso credere, si tratterà di un equivoco, un grottesco malinteso! Oppure di una congiura, una losca trappola per screditare l’ultimo baluardo della correttezza, ma che dico?, della perfezione morale, dell’etica assoluta. Potrebbero essere queste le reazioni verbali ai nuovi titoli e titoloni di giornali e telegiornali. E non perché ci siamo ammalati di scetticismo maniacale, no: l’incredulità di prima reazione dipende, come in una funzione matematica, dal calibro, dallo spessore, diremmo quasi dalla natura del soggetto investito dalla nuova bufera. Signori, stiamo parlando del presidio strutturale del buon governo, della trasparenza, dell’integrità organica, diremmo fisiologica, del personaggio qui, ancora per qualche rigo, sottinteso. Una figura alla quale ci si avvicina con piè felpato. Insomma, il titolone del Corriere della sera, Così compravano le lauree e i diplomi si riferisce al Cicerone padano, a quel rude e integerrimo paladino della limpidezza globale che gridava, indignato e stentoreo, Roma ladrona! E, forse, se avesse conosciuto un po’ di latino, di quel suo austero modello romano avrebbe ripetuto la storica reprimenda: Quo usque tantum, Catilina, abutère patientia nostra? Blindato dentro la sua corazza di rettitudine senza macula, questo originale “Eroe del nostro tempo” s’era sentito crescere dentro un soffio di sacralità, e su questa ispirazione aveva preso a inventare nuove realtà e nuovi riti: territorialmente, la Padania, sacralmente, il rito del battesimo con l’acqua del Po, anzi del divino Po: tout se tien. E il delirio non s’appagava mai: ad ogni novità inventiva ne faceva seguire un’altra. E si auto-battezzava guerriero del Riscatto padanico, condottiero di un esercito pronto a marciare su Roma con trecentomila guerrieri armati di altrettanti quasi impazienti fucili. Aveva un seguito, in quei tempi d’entusiasmo speranzoso, e poteva mostrare il ditone medio dritto verso il cielo, sicuro di non suscitare spuma d’ilarità, ma, semmai, sdegnato tremito di apprensione: che s’inventerà mai questo folle minacciante? – pensava la gente dell’Italia sub-padanica.– Ahimè, questo eroe della minaccia, questo diamante della sana politica che a un certo momento sembrò armato di un sacro fuoco redentivo estensibile all’Italia intera, a un successivo, non previsto, tempo del suo percorso politico cominciò ad annacquare il suo inebriante vino padano: si alleò col massimo campione della ribalderia mammonica, con quel Berlusconi che aveva a lungo dileggiato con l’appellativo-diminutivo di Berlusca: insomma con la quintessenza genetica della vocazione corruttrice. Sì, cominciò a inacidire da quella scelta il Senatur par excellence: non capì che le cattive compagnie portano male. Certo, l’aiutino pecuniario ha il suo fascino, e persino una sua necessità funzionale alla logica del compito e all’impegno grande, ma può iniziare l’arretramento metrico verso l’insignificanza politica. Ed eccolo, puntuale, l’arretramento: splende di sinistra luce nei titoli dei giornali, dopo il lavoro della talpa investigatrice (ah!, questa piaga delle intercettazioni!), neanche lontanamente sospettato dall’intera famiglia Bossi, tutta presa dal delirio del crescente potere e della pacchia conseguente all’abbondanza del valsente (spendere, e pasticciare). Quei figli in politica! E le donne della cerchia, volubili, fino alla vendetta spiona per indigeribilità di incauti rospi ficcati in bocche reattive da quei rampolli di corta vista e d’intelligenza al risparmio. Sopra le novità nere quel che non cambia è la “voce” del vecchio leone padano, il Bossi di Roma ladrona, che non può urlare, dopo il brutto scherzo del colpaccio deformante, ma anche se costretto a gracchiare, a suo modo e forza urla contro l’evidenza delle informazioni rubate, quei sordidi abusi che svelano illeciti di ogni tipo, con figli e varia parentela in campo: denaro pubblico dirottato verso utilizzi privati e scorte di pertinenza partitica messi a disposizione di bisogni e capricci familiari. Fino al grottesco che luccica dai titoli della variegata stampa e comunicazione telematica. Eccone un campionario rappresentativo di un totale da shoc per varie inclusioni degradanti: nel Corsera del 7 aprile: Così pagavano le lauree e i diplomi. Nelle carte le spese di moglie e figli e le ipotesi di fondi neri. Ora il leader parla di complotto e accusa i magistrati (occhiello). Le accuse ai familiari di Bossi e a Rosy Mauro. Il Senatur: Roma farabutta. Da sprecone impenitente, lo stesso quotidiano dedica troppo spazio al caso, ben sei pagine dense di memorie, pavesate di quei titoloni sostanzialmente ripetitivi. Comprensibile, certo, che le dimissioni (ha avuto il buon gusto di darle) di un capo carismatico come Bossi eccitino la memoria ricostruttiva del grande giornalismo, e redimino, in parte, gli eccessi cartacei e lo sbandieramento dei titoli choc: quello di pagina 5 suona ancora l’ira funesta del gran Capo: Bossi attacca i pm: li manda Roma ladrona. Ma ospita anche un’intervista al fido, e afflitto, Castelli, che difende il Capo: non sapeva nulla. E Belsito non mi faceva vedere i documenti. Naturalmente, fioccano riflessioni e ricami di commenti più o meno pepati a quest’ennesimo scandalo del genere “insospettabili”. Beppe Severgnini vi spende l’editoriale del 7 aprile, col sospiro del rammarico sincero e del sofferto rimpianto: “Adesso dice che ‘la faccenda puzza’ e la Lega è vittima del ‘centralismo italiano’. Ma i ripensamenti complottisti di Umberto Bossi appaiono poco convinti: il post scriptum di una storia politica per ora finita. E finita male, tra familiari famelici, collaboratori astuti, piccole ambizioni. / Per l’Italia del Nord, un’altra sconfitta. La Lega, su scala nazionale, non s’è mai arrampicata molto oltre il 10%, ma ha rappresentato, per molti settentrionali, il sogno di una politica diversa: comprensiva e comprensibile, interessante e disinteressata. Il federalismo, l’ambizione confusa di poter controllare le proprie vite. /Anche chi non ha mai votato Lega, e non amava le fanfaronate di alcuni dirigenti, doveva ammetterlo: c’era passione, in certi raduni”. E ancora: “Perfino l’incoerenza pirotecnica di Bossi – sulla secessione, gli alleati, l’inesistente Padania – aveva, comunque, un aspetto spettacolare. Ogni tanto l’uomo ci faceva arrabbiare: annoiare, mai./ Le sue proposte sono state sempre poche e poco chiare. Ma le denunce, almeno all’inizio, erano condivisibili e arrivavano al cuore di tanti lavoratori testardi e delusi, dal Monviso all’Adriatico: la voracità della spesa pubblica, l’opacità di certi ambienti romani, il favoritismo e il clientelismo come stile di vita. Le diagnosi erano sempliciste, le soluzioni, spesso improponibili. Ma Bossi – il capo carismatico in una politica senza carisma – le urlava comunque”. Che cosa, quale evento, ha messo fine a questa saga luminosa? La malattia di Bossi, secondo Severgnini, e pare difficile non condividere (almeno in buona parte) questa ipotesi: “Poi nel 2004, la malattia e la privatizzazione della Lega da parte di familiari, alleati interessati e collaboratori in carriera: il movimento s’è fermato allora”. L’immagine usata dall’autore per centrare il senso del cambiamento degenerativo non potrebbe essere più espressiva, poiché coniuga gambe e bocca: “La spinta propulsiva s’è trasferita dalla testa alle gambe, pronte ad accodarsi al banchetto della politica”.
La tentazione di godere di un nostro precedente sfogo sulla nuova ed esclusiva “unità d’Italia” incollata alla corruzione ubiquamente endemica è forte, ma prevale la malinconia che inocula questo sfacelo generalizzato, contro il quale luccica invano il lumicino delle minoranze oneste, sempre più magre, peraltro, nel loro esemplarismo improduttivo di pedagogici slanci imitativi. Per ora questo mediocrissimo Götterdämmerung, o Crepuscolo degli dèi, che dir si voglia, così nudo e spoglio di attenuanti, senza una risarcistica musica wagneriana, né sacrificale morte di qualche metaforico Siegfried e di una consolatrice Brúnilde, ha avuto il solo effetto di riacutizzare la moda delle grandi parole d’occasione, delle ipotesi di riforme a tutto spiano, elettivamente orientati sul finanziamento dei partiti. Un tema già di per sé greve di ipocrisia, tipico esempio di doppiezza nei signori leader dei troppi agglomerati battezzati partiti, quelli dei quali che appaiono degni di rispetto non eguagliano le dita di una mano. Perché si parla di doppiezza o scarsa credibilità dei maggiori? Perché si è abolito a chiacchiere il loro finanziamento, riaffermandolo sotto l’ipocrita etichetta del rimborso elettorale: un rimborso sul quale si può giocare da furbi e furbetti, gonfiando la presunta spesa pertinente con vari trucchi e manovrine. Che soltanto pochi evitano, e magari denunciano, come Di Pietro, Vendola, in parte Bersani e Casini, e via tacendo (in certi casi il silenzio è d’oro!), salvo ricordare che a bocciare ogni ipotesi di soluzione svelta (via decreto) sono sempre le voci di due eminenze facciali e vocali del cosiddetto Pdl, il marziano neosegretario Alfano, e lo strabico cupa-voce ex fascista. Casini dichiara al Corsera la sua paura del peggio possibile in chiari termini: “Bisogna aprire le nostre case: se non cambiamo presto le norme rischiamo di essere travolti tutti, dopo le vicende di questi giorni”. Cambiare le norme, va bene, abolire il finanziamento pubblico sarebbe un regalo a “chi ha grandi donatori o mezzi propri”. Tra nostalgie (più o meno incaute e obliviose) per i tempi della Dc e proposte di legge già depositate, Casini insiste sulla necessità di un controllo terzo sui conti dei partiti. L’intervista richiama una norma-truffa che ignoravo, e che lui contesta. Eccola: “Oggi se una legislatura finisce dopo tre anni, i rimborsi arrivano come se fosse regolarmente finita dopo cinque. E si sommano a quelli della nuova legislatura”: vedi ingegno dei signori politici di maggioranza. Ed ecco la risposta di casini: “Questa regola va abolita. Vanno aboliti anche i rimborsi per i partiti che non esistono più, come la Margherita e i Ds”: sacrosanto pensiero. E ottimo gesto quello di Rutelli, che “si è impegnato a restituire allo Stato i soldi percepiti dopo la chiusura della Margherita” (cioè, il partito comprensivo dei fedeli di Rutelli). Giusta anche la proposta di abolire “i rimborsi per i partiti che superano l’1per cento e non sono rappresentati in Parlamento”.
E concludiamo con un cenno agli ultimi sviluppi del caso: il pianto di Bossi, il suo pubblico rammarico (dichiarato a tutte lettere) per avere introdotto i figli in politica, e di conseguenza fra gli intrighi e le insidie della tentazione (impagabili le dichiarazioni di quell’autista personale che si autodefinisce “il bancomat di Renzo Bossi”!), il raduno di Bergamo col rinnovato orgoglio padano e l’assunzione massiva e plaudente di Maroni a successore del Gott al tramonto, il triplice grido del nuovo leader (“Pulizia, pulizia, pulizia!). E un titolo résumé del Corsera (10 aprile): Lega, l’ora dei passi indietro. Lascia Renzo Bossi. Pressing su Rosi Mauro: “Via oggi”. Sullo stesso numero, un lucido e denso editoriale di Angelo Panebianco su Chi alimenta l’antipolitica, sul quale, forse, sarà il caso di ritornare. Come lo è senz’altro sull’analisi di Gian Antonio Stella, Le colpe dei figli e quelle dei padri. “Sovrattitolo” Le dinastie. Incipit: “Troppo comodo scaricare sui figli. Sia Chiaro, i viziatissimi ‘bravi ragazzi’ di Umberto Bossi se li meritano tutti i moccoli lanciati su di loro dai militanti leghisti e dagli italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Però…”
Pasquale Licciardello
Ven, Apr 13, 2012
Cultura&Società